Le offese alla Meloni, le scuse del giornale: ma c’è un limite a quel che si può scrivere?

Le offese alla Meloni, le scuse del giornale: ma c’è un limite a quel che si può scrivere?

Appare rientrata la vicenda delle offese – del tutto gratuite – a Giorgia Meloni da parte di un giornalista de La Stampa, che in un articolo ha ironizzato in modo incomprensibile sulla maternità della politica.

Un articolo scritto bene, “in punta di penna”, come si dice. Da un giornalista bravo ed esperto, Alberto Mattioli. Su un giornale, la Stampa, di certo non abituato a proporre contenuti offensivi od estremi. Questa volta però è successo: il redattore, nel raccontare Giorgia Meloni e parlando del suo ruolo di madre, questo ha scritto, testualmente: “La politica la tiene lontana dalla figlia piccola, Ginevra, prodotta con la collaborazione del compagno autore Mediaset di quattro anni più giovane e mai sposato”. Naturalmente, ad accendere il fuoco dell’indignazione è stato quel “prodotta”, parola utilizzata in modo tale da sembrare un riferimento poco lusinghiero alla scelta della Meloni di diventare madre.

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La sollevazione bipartisan è stata forte: l’autore dell’articolo si è sentito dare del sessista, del meschino, ed il suo articolo è stato definito degradante, “giornalismo spazzatura”, “uno dei livelli più bassi mai visti nel giornalismo italiano”. E questo solo per citare i commenti arrivati dalla politica, comprese alcune rappresentanti del PD. Particolarmente sottolineato il fatto che se la Meloni “fosse stata un uomo” l’offesa sarebbe stata meno graffiante. Chissà. Sta di fatto che Mattioli è stato travolto da improperi ed offese anche queste molto pesanti, che l’hanno letteralmente bombardato sui social per almeno due giorni.

Offese meritate, per più di qualcuno. Attenzione, c’è un limite anche a quello: ma la dittatura dei social ci ha ormai insegnato che quando sbagli, e l’opinione pubblica di condanna, non c’è pietà. Bisogna solo sperare che la tempesta passi il prima possibile. Il giornalista si è anche scusato, privatamente e pubblicamente, con tanto di post su Facebook. Come d’altronde Massimo Giannini, il direttore de “La Stampa”. E non è da tutti, anche se è un atto dovuto. E quindi? Quindi, però, una riflessione è doveroso farla.

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Perchè quella parola, “prodotta”? Che bisogno ce n’era? Lungi da chi scrive ed in generale da questa redazione l’idea di fare la morale a qualcuno, tanto più ad un collega esperto e professionale che ha tra l’altro ammesso l’errore, e se ne è scusato. Questa è più una domanda che rivolgo a me stesso, ed a tutta la categoria cui appartengo: ma c’è bisogno di questo, adesso? Viviamo tempi di polemica politica intensa e costante, in cui purtroppo la strumentalizzazione dell’informazione è un rischio praticamente continuo, un tentativo troppo spesso reiterato. Una fase storica in cui la stampa ed i giornalisti sono considerati in maniera negativa, deteriore: fattori di confusone e disinformazione, più che portatori di notizie e consapevolezza. Un attacco gratuito e fuori tono come quello di Mattioli sulla Stampa non aiuta di certo: anche se avvenuto senza malafede, come ha voluto specificare il giornalista. Da aggiungere poi una ulteriore considerazione: al di là di quel che ognuno di noi pensi della politica, è indiscutibile come nei confronti dei leader di centrodestra, Meloni e Salvini su tutti, mediaticamente venga concesso quasi tutto: ironia, battute, offese perfino. Se è vero che anche (ma non solo) questi personaggi hanno contribuito ad avvelenare il dibattito politico in Italia, non appare una operazione particolarmente utile alla nostra società quella di scivolare tutti lungo la pericolosa china dell’imbarbarimento del dibattito politico e sociale.