Omicidio Willy, i fratelli Bianchi tentarono di nascondere il Suv

Emergono nuovi dettagli sui fratelli Bianchi, accusati dell’omicidio di Willy Monteiro Duarte, il ragazzo pestato a sangue a Colleferro e deceduto il 6 settembre. Stando a quanto ricostruito i fratelli Bianchi avrebbero agito con tutte le fattezze di una squadra punitiva.

I fratelli Bianchi sono ora accusati di omicidio volontario per la morte di Willy Monteiro Duarte, il ragazzo di 22 anni pestato a sangue a Colleferro e deceduto il 6 settembre. Stando a quanto emerso fino ad ora, i fratelli Bianchi in un primo momento tentarono di nascondere il Suv in un parcheggio privato. L’idea era: evitare di dare nell’occhio. Si legge nel verbale dei carabinieri: “La macchina era parcheggiata in largo Cristoforo Colombo 2 in un parcheggio privato di altrui proprietà con il chiaro intento di occultare il veicolo”. Come fanno notare i militari: il parcheggio si trovava a 300 metri dal pub in cui si erano fermati a bere un caffè, una distanza non giustificabile visti i parcheggi pubblici e vuoti presenti a pochi passi dal locale. Ma cosa è accaduto in quell’auto? A parlare nel suo interrogatorio è Francesco Belleggia, 23 anni, accusato di concorso in omicidio: “Sono salito in auto con loro solo per fuggire e mi ‘consigliarono’ di non raccontare niente“. Belleggia si trova ora ai domiciliari: il suo “apporto” nell’omicidio sarebbe di minore entità e la sua testimonianza più credibile. Importante, per comprendere i contorni della vicenda, anche la deposizione di Federico Zurma, l’amico di Willy. Stando a quanto testimoniato, a fine rissa, partita l’autoambulanza, tutti avrebbero cercato di mettersi al riparo il prima possibile per “non incorrere in eventuali violenze” da parte dei fratelli Bianchi.


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Dal quadro che ne emerge, come riportato dal Corriere che a sua volta cita la ricostruzione dei carabinieri di Colleferro, la modalità di azione dei fratelli Bianchi sarebbe stata simile a una sorta di commando, una vera e propria squadra punitiva. Per quanto riguarda il reddito di cittadinanza percepito dai fratelli Bianchi, le indagini sono andate oltre, con lo scopo di appurare se ci fossero effettivamente i requisiti per l’accesso al beneficio. Un primo dubbio sarebbe spuntato da un’oggettiva osservazione dei fatti: i due vivevano nel lusso. L’inchiesta patrimoniale della Guardia di Finanza avrebbe allora cercato di approfondire la questione, e su questo pare aver emesso un primo verdetto: Marco e Gabriele Bianchi, Mario Pincarelli e Francesco Belleggia non avevano diritto al reddito di cittadinanza. Ad esporsi sulla questione il capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, Francesco Lollobrigida, che in un’interrogazione al ministro del Lavoro e delle Politiche sociali afferma: “Se è vero che i giovani in questione erano già segnalati alle forze dell’ordine avendo numerosi precedenti per aggressioni e spaccio di stupefacenti, ci si chiede come sia possibile che fosse loro corrisposto il reddito di cittadinanza”. E’ necessario, allora, sciogliere “l’annosa questione di un sussidio che è assegnato ed erogato senza nessun controllo da parte delle autorità preposte o Stato, già sollevata in numerose occasioni e a fronte delle frequenti notizie di cronaca che riportano che il beneficio sarebbe stato riconosciuto in favore di soggetti che non ne avevano diritto”. Poi ancora, una domanda al ministro su quale procedura “intenda assumere per procedere in tempi rapidi alla revoca del beneficio e affinché i soggetti citati provvedano alla restituzione di quanto ingiustamente percepito; se non ritenga di garantire meccanismi più efficaci di controllo sull’erogazione del reddito di cittadinanza”.

 

Alice De Gregoriis

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