Il prossimo 7 aprile Gran Torino, capolavoro del 2008 diretto da Clint Eastwood, sarà rimosso dalla piattaforma Netflix. Ecco perché tutti gli abbonati della piattaforma streaming dovrebbero approfittare di queste ultime ore di disponibilità per rivederlo.
Gran Torino di Clint Eastwood è tra i contenuti Netflix in scadenza ad aprile. Dal 7 di questo mese, infatti, il film non sarà più disponibile sulla piattaforma streaming. Ecco perché approfittare di queste ultime ore per rivederlo (o vederlo per la prima volta).
Clint Eastwood da sempre ammira le persone che non piangono quando si trovano in difficoltà. Quelle che chiedono aiuto solo quando estremamente necessario, ma si rimboccano le maniche per riuscire a cavarsela. Tutti i personaggi del cinema del regista americano sono caratterizzati dalle azioni che compiono e mai dalle cose che dicono (o pensano). In una scena nel recente The Mule, l’anziano protagonista, rozzo bifolco che utilizza gli stereotipi più beceri per descrivere i messicani, non si tira indietro quando c’è da difenderli da un controllo prepotente ed ingiustificato da parte delle forze dell’ordine. Ma è in Gran Torino che viene definitivamente esplicitata l’idea per la quale l’insulto diventa uno strumento dialettico per mettere tutti sullo stesso piano. Walt Kowalski insegna al ragazzo coreano che tra uomini ci si insulta, perché è l’unico modo per non fare preferenze e trattare tutti alla stessa maniera.
Mai come in Gran Torino ci si rende conto del grandissimo equivoco che da sempre accompagna il cinema di Eastwood, che nella prima metà della sua carriera ha sparato talmente tanti proiettili da far impallidire un plotone di esecuzione, ma che nella seconda metà (da Gli spietati in poi) ha fatto l’esatto opposto. Negli ultimi film del regista ogni pallottola sparata ha un peso specifico che prima non aveva e generalmente crea più problemi di quanti ne risolve. Nella sua visione di mondo, Eastwood non condanna nessuno a prescindere. Non condanna ovviamente gli stranieri, come è chiaro Gran Torino, non condanna gli immigrati, ma non condanna nemmeno i criminali. Ognuno nel suo cinema è sempre giudicato per come si comporta e mai per quello che è.
Ma Gran Torino è anche un film emblematico per capire la concezione di fede che da sempre muove il cinema di Clint Eastwood. La fede come una “questione privata”, una cosa personale da risolvere tra sé e sé, che viene sussurrata e mai sbandierata. Si tratta per Eastwood di un pudore che emerge in un breve momento di riflessione mentre si è seduti sul letto (Hereafter), in un veloce segno della croce fatto senza essere visti (Million Dollar Baby) o, come avviene in Gran Torino, in un battibecco con un parroco. Difficilmente si parla di Dio nei film di Clint Eastwood, perché la sua presenza è sempre stata implicita. Così come la politica: non se ne discute mai, ma è presente in tutti i suoi film, in maniera più o meno esplicita.
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