Tribunale del riesame: trattamento degradante non è tortura | agente scarcerato

Malmenare un detenuto e rinchiuderlo in una cella di sicurezza al buio non è tortura, rimesso in libertà un agente penitenziario dal Tribunale del riesame di Torino, che ha annullato l’ordinanza del GIP.
Chiudere un detenuto in uno stanzino dopo averlo costretto a stare in piedi faccia al muro per una quarantina di minuti, e quindi percuoterlo con calci e pugni, è sicuramente un trattamento “degradante”, ma da solo non basta per essere considerato “tortura”. E’ una delle ragioni per le quali il tribunale del riesame di Torino ha annullato gli arresti domiciliari per uno degli agenti di polizia penitenziaria del carcere delle Vallette indagato con alcuni colleghi per episodi di violenza sui reclusi.
I giudici hanno effettuato una panoramica sulla giurisprudenza in materia di “tortura” che nel corso degli ultimi decenni è stata composta a Strasburgo dalla Corte europea per i Diritti dell’Uomo, arrivando alla conclusione che esiste una differenza fra trattamento “degradante” e trattamento “disumano”. L’agente, assistito dall’avvocato Antonio Genovese, è stato indagato solo per un episodio.

Cosa prevede la giurisprudenza della Corte di Strasburgo in merito ai trattamenti disumani e degradanti
In definitiva «La Corte ha sottolineato in più occasioni che ai sensi dell’articolo 3 non può determinare una volta per tutte un numero specifico di metri quadri da attribuire a un detenuto per rispettare la Convenzione. Ritiene infatti che molti altri fattori, come la durata della privazione della libertà, le possibilità di esercizio all’aperto o lo stato di salute fisica e mentale del detenuto, abbiano un ruolo importante nel valutare le condizioni di detenzione rispetto alle garanzie dell’articolo 3».
